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Il sasso di Moltrasio
Caratteristiche fitologiche ed estrattive
Il calcare silicifero nero di Moltrasio, che appartiene ai terreni geologici del
Lias, ( Epoca inferiore del
periodo giurassico, dell'era secondaria, o mesozoico, caratterizzato da
stratificazioni di calcare intercalate da argilla) si presenta generalmente in
banchi di non elevata potenza con struttura compatta sottilmente stratificata
visibile talvolta anche ad occhio nudo. Le vene di calcite sono rarissime . La
denominazione litologica di "Calcare di Moltrasio" è apparsa nella
letteratura geologica del secolo scorso. Nei documenti relativi al Duomo di Como
si parla di "tuffo". La fitta ed uniforme stratificazione permette di
ricavare contemporaneamente "piode" relativamente sottili e conci (
blocco di pietra quadrato) di misura calibrata, oltre a eventuali lastroni di
grandi dimensione.
Altre notizie
sulla pietra "moltrasina"
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"La
pietra di Moltrasio, terra del Lario, inclina al color nero, et è molto
proporzionata ad ogni sorte d'edifici: et di questa già si fabbricarono
le mura et i castelli con torri della Citta di Como; cavansi quivi
similmente certe pietre dell'istessa natura sottili ma sode et assai
grandi, de quali se ne coprono le case"
Così scriveva nel 1619 lo storico Francesco
Ballarini nella sua opera "Compendio delle Croniche della Città di
Como".
La zona fra il Lario e il Ceresio, in Italia come nel Canton Ticino, è
disseminata di luoghi nei quali si aprivano cave di pietra di Moltrasio,
il cui utilizzo risale all'Età Romana. Le località in cui i banchi di
roccia presentavano caratteristiche merceologiche favorevoli erano però
limitate a ovest dai dintorni di Moltrasio e di Carate Urio, a est da
Torno e Nesso. La zona estrattiva più imponente, dove esistevano svariate
cave ora abbandonate, è quella di Carate Urio, sviluppatasi a mezza costa
lungo la mulattiera per i Monti di Carate; essa è caratterizzata da
estese opere di contenimento delle distese detritiche e dalla presenza di
residui di insediamenti produttivi, che testimoniano la presenza di una
roccia facilmente lavorabile, dalle stratificazioni regolari e frequenti.
Questa abbondanza di luoghi estrattivi suggerirebbe una denominazione
"neutra", magari riferita alla natura geologica del litotipo,
invece il nome pietra di "Moltrasio" è sempre stato accettato
ed utilizzato. Vi sono alcune ipotesi relativi all'etimologia di questo
termine: "Moltrasio" potrebbe derivare dalla corruzione di
Monslaricum (monte dei larici) o forse di Mons-rasus (monte raso), o
forse, come riportato dalle credenze popolari, perché ebbe inizio proprio
a Moltrasio la pratica di cavare e lavorare questa pietra, anche se non
esiste prova documentale di questo fatto.
L'interpretazione sull'origine del nome Carate offerta da famosi storici
comensi permette di capire quanto antica fosse l'attività estrattiva.
Maurizio Monti (Storia antica di Como:1860) parlando dell'etimologia di
Carate, dice che car in calcedonico, lingua celtica, significa pietra,
(…). Cesare Cantù aggiunge che la desinenza in ate, procedente dal
cimrico aite, indica il luogo o contrada (Milano e il suo territorio). Car
- ate dunque significherebbe celticamente luogo della pietra. (…).
Numerosissimi sono i documenti in cui si trova traccia delle cave di
Carate, il primo risale al Maggio 917. In molti di questi non si trova
menzione diretta alle cave. Spesso sono i toponimi a testimoniare la
presenza delle cave. Un esempio significativo è l'origine del nome della
frazione di Cavadino: esso deriva da Cavallirio, divenuto successivamente
Cavaleo in evidente riferimento alle cave [cavamem (caverna, cava),
cavatio (lo scavare), cavator (cavatore, scavatore), cavea (cava,
sotterraneo)].
La "vocazione" lapicida del luogo sembra trovare una ulteriore
conferma nelle innumerevoli citazioni di nomi di persona accompagnati dal
titolo di magister, magistro o magistri. Queste argomentazioni trovano
riscontri anche nell'esame di molti documenti cinquecenteschi, il più
delle volte testamenti relativi alle maestranze e alle personalità che
hanno lavorato nella Fabbrica del Duomo di Como. Un esempio sono i "Cavadini
(o Cavadino) de Urio", detti "de Breggia", ceppo familiare
saldamente radicato nell'ambiente della Fabbrica comasca.
La pietra di Moltrasio, uno dei pochi materiali disponibili in abbondanza,
veniva ampiamente utilizzata nel Lario sud-occidentale: la si trovava in
tutti gli edifici, sia nelle più grosse città che nei paesi lungo il
lago e in tutte le valli dell'entroterra fino ai più remoti alpeggi.
Un indefinibile insieme di conoscenze e di comportamenti facevano da
sfondo alla diretta pratica della lavorazione della pietra, che rivestiva
un ruolo determinante nell'economia di questa zona del lago: sin dal
trecento, le plodas (lastre d'ardesia ovvero lastre in pietra di Moltrasio
o di gneiss) avevano un valore estrinseco, rapportabile alla moneta
corrente d'allora
Le prime testimonianze che attestano l'impiego del moltrasio in un'opera
architettonica di rilievo, ovvero la Fabbrica del Duomo di Como, risalgono
al periodo 1482-1485 e indicano che questi materiali venivano forniti da
Giovanni e Maffiolo de Vergonzario de Moltraxio, Antonio de Careno,
Antonio e Giacomo de Carate.
Il periodo di maggiore e più intenso sfruttamento delle cave va dai primi
dell' '800 sino ai primi decenni del secolo scorso. Preziose indicazioni
sulla localizzazione delle cave antiche, attualmente abbandonate, sono
riportate nelle guide ottocentesche. Spesso citate sono le cave della
sponda occidentale del lago di Como, poste fra Moltrasio e Carate-Urio,
dalle quali venivano estratte le ardesie tegolari. Scrive a proposito
l'abate Carlo Amoretti nel suo "Viaggio da Milano ai tre laghi:
Maggiore, di Lugano e di Como e dei monti che li circondano" (1824)
": "Fra Urio e Carate il curioso potrà andare a vedere una
piccola grotta, detta la Strona, dal nome del torrente che ivi passa, e le
cave delle ardesie tegolari, grossolane bensì, ma servibili a coprir i
tetti" e a proposito di Moltrasio: "Sono li presso le cave di
ardesie tegolari e di sassi da fabbrica marnosi..".
Andrea Balzarini - Alberto Zerboni
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Località di estrazione
La formazione rocciosa da cui si
ricava la pietra detta di Moltrasio presenta un'estensione arenale veramente
ampia, ritrovandosi sulle due rive del ramo comasco del Lario per parecchi
chilometri; in quella occidentale dai pressi di Como affiora fin oltre Argegno,
in quella orientale fino a Lezzeno. Le località in cui i banchi di roccia
presentavano caratteristiche merceologiche più favorevoli erano però limitate
ad ovest ai dintorni di Moltrasio e di Carate Urio, ad est da Torno a Nesso.
L'unica cava tuttora attiva è quella di Careno. La più imponente però è
quella abbandonata di Carate Urio, lungo la mulattiera per i Monti di Carate ,
caratterizzata da estese opere di contenimento delle distese detritiche ( Garuff)
e dalla presenza di residui di insediamenti produttivi.
Alcuni documenti del 1482-1485
indicano che per la costruzione del Duomo di Como i materiali calcari di
Moltrasio (tre lunette dei portali della facciata, volte della navata centrale,
piode da tetto, piodoni dei pavimenti) vennero forniti da Giovanni e Maffiolo de
Vergonzario de Moltraxio, Antonio de Careno, Antonio e Giacomo de Carate}
"La pietra di Moltrasio,
terra del Lario, inclina al color nero, et è molto proporzionata ad ogni sorte
d’edifici: et di questa già si fabbricorno le mura et i castelli con torri
della città di Como; cavansi quivi similmente certe pietre dell’istessa
natura sottili ma sode et assai grandi, de quali se ne coprono le case". (Dal
"Compendio delle Croniche della città di Como" 1619 - Francesco
Ballerini )
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A Carate Urio è rimasto un unico
ex-scalpellino
(Somaini Ernestino)
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Le Cave di Carate
A
proposito di storia è interessante vedere le origini del paese, come dimostra
l’etimologia della parola Carate, in celtico significa luogo della pietra,
derivato appunto dalle antiche cave dalle quali un tempo si estraeva la pregiata
pietra moltrasina, usata in abbondanza per le opere di costruzione ed ancora
oggi richiesta da imprese locali e svizzere. La maggior parte del
materiale ricavato veniva utilizzato direttamente sul posto, infatti molte
abitazioni di Carate, quelle che formavano il primo nucleo, sono interamente
realizzate in sasso. Tutta la montagna risulta composta di calcare argilloso,
disposta a stratificazioni più o meno regolari, nero allo stato
dell’escavazione e che va rendendosi grigio se è esposto al sole. Talvolta si
rinvengono tra i sassi resti di fauna fossili, specialmente di ammoniti.
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Fossili provenienti dalla cava di
"Schirela" - Carate Urio |
..e situate nella casa di Somaini
Ernestino |
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| Fossili provenienti da
cave di Moltrasio (Villa Colombo) |
Casa Del Vecchio
Ferdinando |
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Le
cave sono anteriori al secolo XVI e quelle sopra Santa Marta erano le più
pregiate. Quello che rimane delle cave è qualcosa di veramente spettacolare e
suggestivo. Muri altissimi e poderosi si ergono a contenere un’enorme quantità
di sassi e di pietre.(Garuff) Uno spettacolo che dimostra, fin dal principio le
profonde origini di un popolo che ha sicuramente faticato per vivere e
progredire ed ora quegli immensi resti provocano la coscienza di un passato che
continua a rimanere vivo nel ricordo della gente di Carate.
Metodi di estrazione
Per
estrarre la pietra, uno dei metodi più antichi è quello della
Puntata.
Tale metodo consiste nel ricavare una serie di fori che permettano di infilarvi
dei cunei di ferro. Battendo vigorosamente, i cunei creano una pressione sempre
maggiore sulle facce della roccia che tende a dividersi.
Estrazione
con seghe e filo
.Il blocco viene estratto praticando un taglio orizzontale ed uno verticale
mediante un filo ( cavo metallico ) in continuo movimento.
Scavo
con mine
Vengono praticati nella roccia dei fori, profondi anche 10 metri, nei quali
viene introdotto l’esplosivo. E’ un’operazione pericolosa. Lungo il fronte
della cava i “cavasass” preparavano le mine e, dopo la loro esplosione,
muovevano i blocchi per farli cadere sul piazzale; poi tutti scendevano per
lavorare le pietre ed eventualmente trasportarle sino alle imbarcazioni. Le
lavorazioni più impegnative erano svolte dai “picapreda”. I cavasass
apprendevano il lavoro in cava grazie alla collaborazione con gli operai più
esperti.
Strumenti e utensili
Gli
strumenti, richiesti da una stessa lavorazione, sono tanto numerosi quanto più
dura è la roccia e più raffinato il lavoro da compiere. Gli utensili per la
lavorazione manuale della pietra hanno sostanzialmente mantenuto, nel corso
degli anni, le loro caratteristiche fondamentali. I loro cambiamenti riguardano
semplicemente una migliore qualità dei materiali che li compongono ed una
fattura più accurata.
I
principali ferri
Lo Scalpellino
“ – Quando
batte l'impietoso sole agostano e saetta il ramarro tra le
pietre, scalpellino , piccapietra , spaccapietre, stanno l ì ,
magari riparati alla meglio da un telo, a rompere, a sgrossare, a
squadrare, a ripulire, a levigare.
La
volata delle mine ha fatto rotolare a valle i blocchi, seghe nastri hanno
staccato le lastre. Il lavoro minuto tocca allo scalpellino.
Nella cava il silenzio è forato dal picchiettio incessante ; egli batte
il mazzuolo sullo scalpello che inclina e manovra man mano
che procede lungo la pietra . Tutt’intorno
è una minutaglia schegge che vanno a
posarsi sulla mano e sull’avambraccio
sudato dell’operaio . Una finissima polvere penetra
nei capelli , irrigidisce gli indumenti cresce
l’arsua . D’inverno sarà il gelo a
tormentarlo.
Eppure
capita che lo scalpellino si riposi della pietra lavorando per sé altra pietra.
Allora si libera dalla opera, si scioglie nella fantasia del creare Madonne,
cornucopie, animali, mostri; primitivo e arguto come la sua razza contadina .
"
(da:
Calendario Innovazione , 1973)
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