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Taroni

Varie

Motti (sostituisce Motti e curiosità)

 

Brevi notizie su alcune delle più antiche famiglie di Carate,  tuttora esistenti, e nominate dallo storico e parroco di Carate Don Pietro Buzzetti nel suo libro 

" Regestro per Documenti di Carate-Lario" 

(Raccolta di Documenti dal 27 maggio 914 al 16 settembre 1597)

(Como 1914)

 

Aquilini

Della loro presenza a Carate si ha la prima notizia in un documento del 18 gennaio 1465, in cui Iacobo de Chulino (col tempo poi tramutatosi in Aquilini) , uno degli agenti della "Vicinanza ed Elemosina di Cavaleo",  acquista un "campo vignato, in territorio di Carate, a la Capra, con una pianta di olivo"

 

Carugati

Famiglia antichissima milanese ascritta al patriziato sin dal secolo XII. Appartenne a questo ceppo un Andrea dei Carugati pittore a fresco che visse nell'anno 1307. Angelo Maria Carugati nel 1475 fu ambasciatore alla Corte di Madrid. Michele  capitano di giustizia in Milano nel 1681 e Cesariano console e governatore di Lodi nel 1744. Conta i rami di Como, Cremona, Milano, Novara e Verona.

 

 

Della loro prima presenza a Carate si ha notizia  in un documento del 5 febbraio 1505,

 in cui  de Carugate Bernardino-prestinaio fa parte dei partecipanti della vicinanza di Cavaleo di Carate alla elezione di  sindaci- messi-nunzi-procuratori. 

 

 

Maggi

L'Olivieri propone una derivazione dal cognome latino Maius, da cui anche il toponimo Maggio in Valsassina. In antico il gentilizio suonava De Madiis ed anche Maddius. E' oggi molto diffuso in Lombardia dal Medioevo, con alcuni rami particolarmente importanti a Brescia  a Milano. Da quest'ultimo uscì il grande Carlo Maria Maggi (1630-1699), letterato e poeta dialettale, inventore della maschera  di Meneghino. A Como fin dal quattrocento c'era una famiglia borghese, che produsse almeno un notaio, un medico e alcuni sacerdoti nel corso di un secolo: questi Maggi possedevano beni immobili, tra l'altro a Bernate. Altri erano stanziati almeno dal Cinquecento nel Mendrisiotto (Bruzella, Cabbio, Casima, Castel S. Pietro, Monte, Muggio): erano in prevalenza "mastri" che migravano periodicamente in varie regioni d'Italia, secondo la tradizione comacina. Nel Lecchese è presente un ramo a Civate, ma è ben più frequente il cognome analogo Maggioni. Altri ancora erano a Torno dal Quattrocento e poi a Molina.

Della loro presenza a Carate se ne ha notizia (anche se sospetta, come dice Don Buzzetti, lo studioso che trascrisse tali reperti) in un documento del 14 aprile 1281 

 

 

In una vendita di terreni alla vicinanza od elemosina di Cavaleo del 14 agosto 1503 appare la  firma del Notaio Abondio De Madiis, probabilmente appartenente alla famiglia di Como soprannominata.

 

Pappi

La famiglia Pappi abitava a Carate in comune di Lalio. Nel 1155 e 1168 fioriva a Chiavenna (Fossati. Codice Diplomatico della Rezia Italiana). Un Giovanni Papa di Como si nomina in una convenzione stipulata tra Milano e Como ai 20 novembre 1197 (Rovelli - Storia di Como), forse Carate gli fu patria. Troviamo questo cognome anche a Moltrasio nel 1430. Ebbe diverse grafie : Papa, Papi, de Pappis, Pappi. Si rinviene in diversi luoghi d'Italia

 

Della presenza dei Pappi (nella grafia originaria : Pape) a Carate si ha la prima notizia in un documento dell' 11 gennaio 1269 in cui la vicinanza di Cavaleo acquista dei terreni.

Riva

E' il cognome più diffuso a Lecco, dopo Colombo. Famiglia brianzola, antica in Oggiono. Di origine toponimica, avendo alla base il toponimo Riva (di fiume, di mare etc). E' quindi un cognome che può nascere ovunque. A Lecco la famiglia è attestata fin dal XIII secolo e proveniva da Galbiate. Pare che traesse nome dalla riva del fiume Adda. Un Riva fùpodestà a Lecco nel 1500. Molte le famiglie Riva nobilitate. Cospicua quella dei Riva Finoli, milanese, ma originaria di Oggiono dove possedeva beni estesi. Nel Quattrocento famiglie segnalate erano residenti a Sorico, a Campo e Lenno, a Como, a Riva san Vitale: solo in quel secolo da esse usiono sette notai. Nel cinquecento comparvero i rami meno illustri di Drezzo e di Montano, poi quelle di Carate e di Cernobbio. Il ramo principale di Como ottenne nel settecento la patente di nobiltà; il suo stemma tradizionale è d'argento al braccio umano volto a sinistra, coperto con manica azzurra che impugna uno spadino d'argento con elsa dorata; bordura di rosso e di bianco. Quella del ramo mendrisiotto porta un capo d'oro con aquila nera coronata, la parte inferiore con bordura di rosso e di bianco, al centro un leone rosso passante in campo bianco e in punta (campagna diminuita) bandata di rosso e di bianco di sei pezzi. La famiglia Riva Finoli, oggi estinta, portava la seguente arma, simile a quella riportata nel codice Carpani: Interzato in fascia: nel 1° d'oro all'aquila di nero coronata del campo; nel 2° di rosso al leone illeopardito di oro, linguato di rosso; nel 3° innestato in facsia d'argento e d'azzurro di quattro pezzi.

 

Della prima presenza dei Riva (nella "scorrezione" de Rippa) a Carate se ne ha notizia in un atto di vendita del 12 maggio 1438; in detta vendita  si dice  " Actum in strada pubblica, posta subter lobiam della casa d'abitazione magistri Bernardi de Rippa de Nobiallo, abitante a Carate Inferiore"

 

Somaini

Dall'aprica e collinare frazione di Olgiate Comasco si sono sparsi sul territorio i discendenti dei contadini che dipendevano dai Caimi, almeno in età moderna. Il toponimo và ricollegato a Somadino di Casargo, ed ambedue sarebbero forme diminutive di un Sommates. Il dato etimologico è abbastanza chiaro; la comunità che abita la parte più alta di un pago, per quanto piccola. Il comune rurale di Somaino fu aggregato a Olgiate nel 1757. Per quanto riguarda Carate la parte più alta era la frazione di Somaina. Gli oriundi "di Somaino", presenti anche nell'agro olgiatese, giunsero nel primo ottocento anche a Como; vi nacque nel 1865 da famiglia borghese Francesco Somaini, che dopo un tirocinio segnato anche da momenti problematici, divenne dlla fine del secolo un importante industriale tessile cotoniero, fissando la sua sede primaria della sua azienda a Lomazzo, premiato tra i primi nel 1906 col cavalierato al merito del lavoro; nel 1915, già anziano e deputato al Parlamento, partecipò come ufficiale superiore alla prima guerra mondiale; nel 1927 volle dotare la sua Como del Mausoleo Voltiano, realizzato nel 1928 da F. Frigerio, con le copie precise degli apparecchi andati distrutti nell'incendio del 1899. A questa dimostrazione di generosità si aggiunse la Fondazione Somaini, per premi destinati a studiosi di Fisica e per borse di studio e, nell'ultimo periodo della sua vita (morì nel 1939), l'impegno per la bonifica dell'agro romano.

La prima presenza dei Somaini (nella "scorrezione" de Somadina ) a Carate è certificata dalla "Deliberazione della Vicinanza di Cavaleo" del 14 aprile 1281, contenente alcune norme relative al diritto di uso dell'alpe della Pessina. (Posto in località Mortirolo e di cui il Buzzetti dice "La tradizione narra di una catastrofe colà avvenuta per sprofondamento di terreno con fine letale di chi abitava la cassina dell'alpe : la storia nulla sa precisare") E che qualche cosa fosse effettivamente successo in quel luogo, lo dimostra il fatto che, fino a pochissimi anni fa, in occasione dell'annuale pellegrinaggio  all'Oratorio di S. Bernardo, (20 agosto di ogni anno) il parroco, terminata la S. Messa si soffermava sul luogo ed impartiva la Santa Benedizione.

 

Taroni

(Codice Carpani) 

Questa parentela compare già come possidente  a Laglio e a Carate alla metà del Duecento: la radice etimologica è nel verbo lombardo tarà , che vale  "sbattere, dimenare, mescolare" ed ha come nome derivato, col suffisso accrescitivo taron (grosso tarell); il soprannome sarebbe quindi riferito ad uomini avvezzi ad usare o simili nel portamento al randello.(*) Divisi in vari rami, alcuni anche fortunati e benemeriti, i Taroni sono cresciuti sulla sponda occidentale della pieve di Nesso, lasciandola solo per industriosa emigrazione in varie zone anche oltre le Alpi o per inurbarsi nel capoluogo. E' documentata anche una famiglia Taroni di Valenza Po, di origine non chiara, che ottenne titolo nobiliare nell'Ottocento.

 

(*) Detto dei Taroni in riferimento al .. randello :

"Non temere i fulmini ed i tuoni, ma stai attento al ... randello dei Taroni"

 

 

(Dizionario Araldico Crollalanza )

Famiglia divisa coi rami di Bologna, Milano, Sondrio e Valenza ed originaria anticamente dalla Spagna. Ha avuto in seno ad essa un Leone Taroni podestà di Bologna; un Paolo tenente colonnello nelle milizie sabaude. Vantava inoltre anziani, decurioni, senatori e priori. Nel 1746 Giorgio Taroni fu creato Conte Palatino del Sacro Palazzo Lateranense in Roma 

 

Taroni ha un ceppo nel milanese e comasco, in particolare a Carate Urio e Como nel comasco ed a Milano, ed uno in Emilia e Romagna, nel reggiano, modenese, bolognese, ferrarese, cesenate e soprattutto nel ravennate a Lugo, Faenza, Ravenna e Bagnacavallo, Tarroni è tipicamente romagnolo, di Ravenna, Alfonsine, Fusignano, Lugo e Faenza nel ravennate, di Argenta e Codigoro nel ferrarese e di Imola e Bologna nel bolognese, dovrebbero derivare da una forma contratta taròn del termine sia lombardo, che emiliano tarelòn (bastonaccio, randello), forse ad indicare che i capostipiti ne facessero uno nel loro mestiere o avessero comportamenti maneschi, il ceppo emiliano potrebbe anche derivare dal nome medioevale flumen Tarone, riferito al fiume Taro: "...Unde D. Passarinus cum suis seguacibus cum navigio suo per Paudum et per terram venit usque ad Turicellam de ripa Taronis credens transire ab ista parte in aliquo loco...", e potrebbe indicare la sua valle come luogo di origine dei capostipiti, un'ultima ipotesi, che non è comunque da trascurare, propone una possibile derivazione da una forma aferetica del nome Bertarone, una delle tante diverse variazioni del nome medioevale Bertus.
integrazioni fornite da Giovanni Vezzelli
Taroni cognome base. Varianti: Tarroni. In Emilia-Romagna sono documentate le seguenti forme: Taroni, al 32° posto in Lugo e al 44° in Faenza; Tarroni, al 48° in Lugo e al 92° in Ravenna. Anche per questo cognome credo valga la pena di trovare un riscontro storico e non solo sociale. Si tratta, molto probabilmente, di un cognome originato da un toponimo piuttosto comune nella nostra regione, Taro, Taroni. Per la voce Taro, fiume che percorre la provincia di Parma, l'origine è da ricercare nel latino Tarus, dalla radice indoeuropea ter- (= veloce); per Taroni, località presso Fusignano, la radice potrebbe ricercarsi, invece, in 'tarro' = zolla. Il nome Taronius è già documentato in carte medioevali. L. Paraboschi, Cognomi della Emilia Romagna, 1995, p. 178.

 

La prima presenza dei Taroni ( anche se con grafia originaria : Tairono, Tajrono) a Carate è documentata in un codice pergamenaceo del 4 novembre 1274 a titolo  "Stabili posseduti dalla Basilica di S. Fedele" in Como dove si trovano elencate le terre possedute in detto anno da detta Basilica in Lalio-Carate e in gran parte risalenti alla donazione fatta dal vescovo Valperto nel 914.

Rifacendoci alla rubrica telefonica, sembra che i Taroni in Italia abbiano due ceppi originari ben distinti, uno dei quali, più numeroso ma molto sparso è ubicato in provincia di Ravenna (Ravenna, Lugo, Bagnacavallo, Faenza etc) mentre l’altro concentrato soprattutto a Carate Urio, piccolo paese  sul lago di Como di 1250 abitanti, dal quale prendono origine quasi tutti gli altri Taroni sparsi in Lombardia (Milano, Como ed altri paesini e qualcuno, anche per conoscenza diretta, in altre province o regione con bassissimo numero di Taroni).

Località con la più alta presenza di famiglie "Taroni"

(secondo l'elenco telefonico di qualche tempo fà!)

 

Località

 

Num.abitanti Fam/Taroni x 1000 abit. Numero famiglie Taroni % Taroni in Italia
Lugo (Ravenna)    33.000 1,727%°  

57

 

10,57%
Faenza (Ravenna)   54.000  1,018%° 55 10,20%
Ravenna  136.000 0,338%° 46 8,53%
Carate Urio (Como)  1.250    35,2%° 44 8,16%
Bagnacavallo (Ravenna)  17.300 1,502%° 26 4,82%
Como  87.000 0,241%° 21 3,89%
Milano 1.319.000 0,0159%° 21 3,89%
Scandiano (Reggio Em 22.000  0,863%° 19 3,52%
Bologna 404.000 0,042%° 17 3,15%
Reggio Emilia  132.000   0,121%° 16 2,96%

e, sempre rifacendoci alla rubrica telefonica, ecco la dislocazione dei "Taroni" in Italia

 

 

Un "Taroni" abbastanza famoso, 

(soprattutto tra i cultori di enigmistica) !

Trattasi di Giovan Battista Taroni, letterato e sacerdote bolognese vissuto a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo. Morì a Bologna l' 8 aprile 1727, dove fu sepolto nella Chiesa dei Padri delle Grazie.

Poeta noto ai suoi tempi ed autore di numerosi oratori sacri, scritti tra il 1694 ed il 1705. 

E' autore dei "Cento nodi da sciogliere", raccolta di 100 soggetti da enigma  (indovinelli)  scritti con semplice eleganza in ottave. 

 

Un "Taroni"  coraggioso,  nostro compaesano

(... anche se forse sarebbe stato molto  meglio lasciar perdere !)

 

Uno dei 21 comaschi fra i "Mille" di GARIBALDI

( 10 erano di  di Lecco)

(clicca sopra e vedi l'elenco completo)

(clicca sopra e vedi le fotografie di tutti)

Imbarco a Genova

 

   70) BARUFFALDI Tranquillino di Alfonso, nato a Barzio il 12 luglio 1839, residente a  Milano 

 

 Notaio. 7a Compagnia. Ferito al gomito sinistro (M, P).


L'eroe di Barzio e della Valle fu Tranquillino Baruffaldi. Con famiglia originaria di Cortabbio ma trasferita a Barzio per lavoro, il Baruffaldi fu uno dei più importanti sostenitori di Garibaldi, partecipando attivamente a molte delle battaglie del generale. 

Seminarista ai tempi dell'arruolamento dei garibaldini, Baruffaldi scappò del seminario per unirsi ai "rossi", disertando addirittura la chiamata alle armi degli austriaci; partecipò alle battaglie di Varese, di San Fermo, conquistando con l'eroe dei due mondi Bergamo, Brescia e finalmente lo Stelvio.

Quando non era in guerra, Baruffaldi studiava regolarmente all'università, ma appena ne aveva l'occasione ripartiva insieme a Garibaldi come nella campagna dei Mille che li portò in Sicilia, dove a Calatafimi fu ferito e diventò sottotenente.

Il barziese, quando finalmente la calma tornò e l'Italia iniziò a vivere tempi di "pace" grazie all'unificazione, si dedicò alla politica (con pochi riscontri) ma avendo una laurea - notarile - riuscì a lavorare nel suo campo e a vivere una vita piuttosto tranquilla nel piccolo paese valsassinese.
 


   96) BERETTA Giacomo fu Giovanni, nato a Barzanò il 13 giugno 1838, residente a  Milano impiegato privato.

All’unità d’Italia, accanto ai militari di professione,hanno collaborato falegnami, sarti,operai e impiegati: tutta gente comune,uomini e donne come tanti altri e tra questi c’è anche un nostro compaesano, un cittadino del piccolo paese di Barzanò che è diventato uno dei Mille: Giacomo Beretta. Noi vogliamo ricordarlo come un indispensabile pezzo del puzzle della nostra storia. Era nato il 13 giugno 1838 da Giulio e Maria Viganò.A32 anni partì per la spedizione dei Mille. A Palermo vide morire il suo amico Panzeri di Bulciago e dopo questo evento sconvolgente fece ritorno a casa continuando la sua professione di impiegato in una ditta privata di Milano, e lì morì il 12 agosto 1896. È sepolto a Barzanò in una tomba in cattivo stato, dimenticato da tutti. Eppure è grazie alla partecipazionedi questi piccoli che è riuscita la spedizione dei Mille, che combatterono per l’Italia, uniti da un desiderio e da un sogno comuni: la libertà, e hanno dato la vita per ottenerla, per noi. Nella tanta retorica delle celebrazioni, questo vogliamo salvare: il valore unico e insostituibile della donazione gratuita di un uomo normale, che ha reso la nostra storia speciale, come tanti che lavorano per noi nell’ombra ogni giorno.

 

 

102) BERTHE' Ernesto di Giuseppe, nato a Lecco il dì 8 luglio 1832, residente a Modena

 E' tra i feriti del1a 3a Compagnia in Agrati (p. 597), in cui il cognome è storpiato in Berti.

 115) BIANCHI Gerolamo fu Felice, nato a Caronno (Como) il 5 giugno 1841, morto alla presa di Palermo sulla piazza di   Ferravecchia ( 30 maggio 1860).Studente di medicina.-

Nota : Nei vari elenchi presenti in Internet il Bianchi figura nato a  Caronno Pertusella - provincia di Como _- mentre già allora era  provincia di Varese.-

 116) BIANCHI Luigi di Francesco, nato a Cermenate il 20 aprile 1837, residente a    Milano, sarto.
Ancora studente, partì volontario con i Mille. Morì giovanissimo al primo scontro a Calatafimi.

 

 136) BONANOMI Giacomo fu Pietro nato a Como il 2 febbraio 1842, ivi residente,  notaio.

Giacomo Bonanomi

Giacomo Bonanomi nato a Como il 22 febbraio 1842 da Pietro e Giulia Bonanomi , morì ivi il 15 aprile 1890. Di professione notaio. Fu della 7^ Compagnia. Ebbe le medaglie commemorative. Ebbe la pensione dei Mille. Studente in legge a Pavia, fu uno della epica schiera dei Mille . Aveva 18 anni quando sentì che si preparava una spedizione per liberare la Sicilia già insorta e partì subito per Genova. Così prese parte a tutti i fatti d'arme in Sicilia e durante quei mesi conquistò la stima e l'amicizia di Benedetto Cairoli e l conservò inalterate fino agli ultimi giorni. Finita la campagna , riprese gli studi e si laureò, diventando poi notaio. Esercitò poi la professione notarile a Como dove ebbe importanti incarichi. Nel 1866rispose alla chiamata dell'amato Duce  e con lui combattè in Trentino guadagnando la promozione a Sottotenente del 1° Reggimento, Si mantenne sempre, durante tutta la vita , fedele ai suoi principi democratici. Fu Consigliere del Comune e dell'Ospedale  della città natale  e copri  altre varie cariche pubbliche. Fu anche presidente del Comitato per l'erezione del monumento a Garibaldi in Como. L'improvvisa notizia della sua morte nella bella villa di Monteverde produsse una grande impressione in Como ed in MIlano dove aveva moltissimi amici. Da Milano fu portata la bandiera dei MIlle wed i vecchi commilitoni vollero accompagnarlo sino al cimitero di San Giovanni , sopra Bellagio. Fu onorato e compianto da tutti.

 275) CATTANEO Bartolomeo fu Francesco, nato a Gravedona il 19 ottobre 1847,   residente a Milano, orefice.*.

Bartolomeo Cattaneo, nato a Gravedona nel 1847, partì da Quarto insieme ai Mille a soli tredici anni, uno dei tanti "giovinetti imberbi" che facevano parte di quella "turba disordinata in cui vecchi e ragazzi, studenti ne professori, gente vissuta negli agi ed altra negli stenti della vita, si dirigevano in quel tardo pomeriggio fuor di Porta Pila, in una strana varietà di vesti, di età, di linguaggi" scrivono gli autori citando C. Agrati, I Mille nella storia e nella leggenda(Mondatori). Il giovanissimo soldato è passato alla storia perché, fatto prigioniero, fu inviato dal generale borbonico Ferdinado Lanza a chiedere una tregua a Garibaldi, che aveva conquistato Palermo alla fine di maggio del 1860. Diede al generale nemico la parola che si sarebbe riconsegnato, dopo aver portato l'ambasciata, nelle sue mani e così fece. "Fu uno di quegli Eroi modesti del popolo , che dopo la battaglia si ritirano nell'ombra, ma dal carattere ferreo, di una sola parola", scrivono gli autori.

 

466 GAFFURI Eugenio fu Fortunato, nato a Brivio il 21 ottobre 1830, morto a Bergamo nel 1871

 613) MASPERO Gio.Battista fu Pietro, nato a Como il 12 maggio 1835, (già) R.          impiegato, morto a   Milano il 17 gennaio 1861

 620) MAZZUCCHELLI Luigi di Giuseppe, nato a Cantù il 15 gennaio 1834,                  residente a Como,avvocato, (già) capitano nel 44° fanteria.

 

 

7a Compagnia.
Ferito (P).

 715) PAGANI Antonio fu Giuseppe, nato a Como il 5 ottobre 1833, (già) sottotenente nel 7° fanteria, poi tessitore, morto a Como il 26 ottobre 1871

 832) REBUSCHINI Giuseppe fu Girolamo, nato a Dongo il 1° gennaio 1839, residente a Besozzo, ingegnere.

GIUSEPPE REBUSCHINI

Giuseppe Rebuschini, nato a Dongo nel 1839, a soli vent’anni partì volontario per combattere nella II Guerra d’Indipendenza (1859) che vide scontrarsi l’esercito franco-piemontese con quello austriaco e che permise l’annessione della Lombardia al Regno di Sardegna gettando le basi per la costituzione del Regno d’Italia.

L’anno successivo, nel 1860, spinto da quello stesso sentimento patriottico, aderì senza esitazioni al grande sogno del condottiero Garibaldi: l’unificazione della penisola partendo dal sud. Rebuschini fu così uno dei Mille (1089 per l’esattezza) che partirono da Quarto con Garibaldi verso Marsala e la conquista del Regno delle Due Sicilie.

Curiosità

Le lauree facili al tempo delle camicie rosse

 Lauree facili e lauree regalate. Scandali che sono all’ordine del giorno e caratterizzano oggi il mondo della scuola superiore e spesso riempiono le cronache dei giornali. Ma a ben vedere questa delle lauree facili ha una radice ben lontana agli albori dell’Unità d’Italia e nel contesto della stessa spedizione dei Mille ad alcuni dei quali, per meriti di guerra, come vedremo, vennero regalati, a suo tempo, da cattedratici compiacenti con disponibilità e irrisoria facilità, qualificati titoli accademici. È singolare e significativo quanto avvenne, ad esempio, a Giuseppe Rebuschini un garibaldino originario di Dongo studente in ingegneria che, come tanti lombardi costituiva la colonia più numerosa al seguito di Garibaldi alla conquista del Sud. Al culmine dell’impresa dei Mille dopo la battaglia di Capua il giovane Rebuschini che allora aveva 21 anni il 6 ottobre del 1860 così testualmente scriveva ai propri genitori:

“Carissimi, sono a darvi una notizia che se non vi farà stare di sasso, sono certo però che vi farà aprire tanto di bocca dalla meraviglia. Per dirla in breve sapete cosa è successo? Da un ora sono nientemeno che dottore in matematica. Ecco che voi vorreste quasi dubitare, ma fortunatamente è proprio così. Si, o signor Gerolamo, si, signora Maddalena, il vostro quartogenito,battezzato nella chiesa parrocchiale di Dongo coi bellissimi nomi di Giuseppe Gaspare Ferdinando presentemente aiutante maggiore e diciamolo pure aspirante al gradi di capitano, oggi giorno 6 ottobre 1860, nella Regia Università di Napoli riceve il diploma di Ingegnare-Architetto: ma come, direte voi, senza attestati, ne certificato alcuno? Il come non lo so neppure io. Io so solamente che ieri, colpito da luminosa idea di diventare dottore, in men che non si dica, mi recai all’Università e mi presentai al Rettore. Signor Rettore, dissi io, io ero laureando in matematica. La prima spedizione in Sicilia venne a togliermi dai severi calcoli per gettarmi framezzo alle armi. Ora desidererei assicurarmi quella interrotta carriera e però vorrei prendere la laurea. Fosse la camicia rossa, fosse lo squadrone, fatto sta che il signor Rettore mi fece un bellissimo sorriso e senz’altro domandare di documenti, mi stabilì l’esame a questa mattina alle otto. All’ora stabilita, io fui lì, feci un simulacro di esame ed appena terminata questa lettera, andrò a prendere il diploma previo beninteso lo sborso di ducati 15 quale tassa di laurea. Così non mi restano che gli esami di pratica per essere un ingegnare in perfetta regola, Vedete bene che, senza contare un centinaio d franchi, sono perlomeno un paio d’anni risparmiati”.


La lettera del giovane Rebuschini è la lampante testimonianza di come con il “fascino” della camicia rossa si potesse ottenere facilmente a buon prezzo un dottorato d’ingegneria. Del resto da quanto ci è dato di sapere in quei frangenti della spedizione garibaldina il Rebuschini non fu il solo ad esser beneficato e gratificato con molta generosità e facilità del titolo accademico. Analoga benevola sorte toccò per meriti di guerra e di riconoscimento, come atto dovuto, alle camice rosse agli increduli studenti Giuseppe Peroni originario di Soresina (Cremona) e al pavese Arturo Termanini anch’essi nominati ingegneri con analoghe e “spicce” procedure dal Rettore dell’Università di Napoli


Alla luce da quanto documentalmente provato possiamo parzialmente consolarci per il fatto che il malcostume delle lauree facili e regalate non è un fenomeno esclusivo dei nostri giorni ma ha le sue profonde origini e le sue ben salde radici al tempo delle camice rosse, dell’impresa dei Mille e agli albori dell’Unità d’Italia Dopo 150 anni nulla è cambiato.

Tornato a casa il giovane Giuseppe Rebuschini si è recato a Pavia dove ha terminato gli studi ottenendo una laurea in ingegneria del tutto regolare.

 

 

 845) RIENTI Edoardo fu Carlo, nato a Como il 30 novembre 1834, residente a Milano, agente di commercio.

                                                         

 881) ROTA Luigi di Giuseppe, nato a Bosisio il 29 aprile 1838, residente a Cassano d'Adda.

BOSISIO Una conferenza in municipio e il ricordo della valenza del personaggio, scoperta una lapide sulla sua casa

L’omaggio commemorativo del paese al garibaldino Rota

BOSISIO PARINI «Restituire dignità a personaggi come Luigi Rota. Lecchese e lombardo che ha scritto la storia d’Italia». Questo in sintesi il senso della manifestazione commemorativa svoltasi nella mattinata di ieri a Bosisio Parini per rendere omaggio alla memoria del garibaldino Rota, nato proprio nel comune pariniano il 29 aprile del 1838. Ad aprire le celebrazioni, intorno alle ore 11 nella sala consiliare del municipio, la conferenza dal titolo «I risorgimenti italiani ed i garibaldini brianzoli», a cura di Elena Riva, docente di storia moderna e contemporanea pressol’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.Appassionante, in quanto a valenza storica, l’intervento della docente che ha analizzato le motivazioni che spinsero più di 500 lombardi ad abbracciare l’ideale patriottico e prendere parte all’epica spedizione dei mille. «Spinti dall’esperienza della dominazione napoleonica, che fu fondamentale per la nascita di un sentimento patriottico italiano, personaggi come Luigi Rota divennero protagonisti volontari ed appassionati di un ideale risorgimentale che ci è stato tramandato come un testimone fino ai giorni nostri». Ha spiegato Elena Riva, ricordando come questi giovani - in maggioranza studenti, artigiani, e piccoli lavoratori dipendenti (Rota, ad esempio, era un farmacista) -, debbano essere ricordati come degli autentici eroi. Dopo la conferenza, il piccolo corteo - tra cui erano presenti anche alcuni rappresentanti dell’Associazione Reduci e Combattenti -, si è diretto presso l’abitazione in cui nacque Luigi Rota, situata in via Parini 6, sull’angolo di vicolo Arnaboldi a pochi metri di distanza dalla casa natale di Giuseppe Parini. Qui si sono susseguiti in carrellata gli interventi delle autorità istituzionali, a cominciare dal sindaco di Bosisio Parini, Filippo Fronterre, che ha letto la lettera inviatagli dall’ex Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, nella quale viene sottolineata l’importanza storica dell’evento. Hanno poi fatto seguito gli interventi del vice sindaco, Giuseppe Borgonovo, che ha spiegato le metodologie che hanno portato alla scoperta dell’illustre cittadino; del prefetto di Lecco, Nicola Prete; dell’assessore provinciale alla cultura, Chiara Bonfanti; e del sindaco di Cassano d’Adda, Giuseppe Edoardo Sala, nel cui comune Luigi Rota morì il 12 giugno del 1895. In conclusione, sulle note del silenzio, è stata scoperta la lapide commemorativa dedicata alla memoria del garibaldino, posizionata sulla facciata della sua casa natale. Riccardo Berti

 891) SACCHI Achille di Antonio, nato a Gravedona il 15 agosto 1835, ricoverato alm manicomio di Aversa, (già) farmacista,       fratello dell'altro al n.893

Ma la nostra città (AVERSA) è anche legata in qualche modo ad un altro protagonista degli eroici «Mille». Si tratta di Achille Sacchi (fu Antonio), nato a Gravedona il 15 agosto 1835, ricoverato al manicomio di Aversa, già farmacista e fratello di Eugenio Ajace Sacchi escluso nel 1866 dall’onore di fregiarsi della medaglia e dal diritto a pensione: poi riammesso,  morto il 9 novembre 1869 a Ligametto (Canton Ticino)

 

 893) SACCHI Eugenio Ajace di Antonio, nato ad Appiano il 14 novembre 1839, (già) ivi residente, escluso nel 1866 dall'onore di fregiarsi della medaglia e dal diritto a pensione: poi riammesso morto il 9 novembre 1869 a Ligametto (Canton Ticino).

896) SALTERIO Lazzaro fu Francesco, nato ad Annone di Brianza l'8 luglio 1824,

tenente colonnello nell'esercito

942) SIRTORI Giuseppe di Giuseppe, nato a Casate Vecchio il 17 aprile 1813, già tenente generale, morto a Roma il 18 settembre 1871

Giuseppe Sirtori (Monticello Brianza 1813-Roma 1874)è stato presbitero (prete), politico e patriota italiano, fervido repubblicano e combattente alla difesa di Venezia nel 1849. Capo di Stato Maggiore di Garibaldi lungo l'intera spedizione dei Mille. Come generale nel Regio Esercito combattè con valore a Custoza e fu cinque volte deputato. La sua movimentata esistenza racchiude l'intero spettro delle possibili evoluzioni politiche del lungo Risorgimento Italiano

(Altre notizie su : http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Sirtori

 

 967) TAGLIABUE Baldassarre fu Battista, nato a Como il 22 marzo 1822, residente a Milano, sarto. 

            

 982) TARONI Felice di Giacomo, nato a Urio l'11 aprile 1840, residente a Milano, appaltatore. 

Morto a Nocera Umbra il 11.01.1895

 

 

Il Comune di Carate Urio gli ha dedicato una via che inizia nei pressi del luogo dove , probabilmente, abitava e dove è nato, e cioè al principio della Frazione di Cavadino (salendo dalla nuova strada carrozzabile) e  sale per congiungersi a quella che porta al Santuario di Pobiano.- (Via Colonghera)

 

1012) TORRI-TARELLI Carlo fu Carlo, nato ad Onno il 26 giugno 1832, residente a Buenos-Ayres, scrivano.

1013)  TORRI-TARELLI Giuseppe fu Carlo, nato ad Onno il 16 giugno 1839, morto per ferite riportate a Catanzaro il 27  settembre 1860.

Carlo e Giuseppe Torri-Tarelli, partirono per Quarto insieme ad altri lecchesi: Ernesto Berthé e Tranquillo Baruffaldi. Il 5 maggio 1860 si imbarcarono con la spedizione dei Mille. Animati da uno spiccato fervore combattivo, a Calatafimi prendono attivamente parte al primo scontro con i borbonici. A Palermo i due Torri-Tarelli vengono entrambi feriti, Carlo al ginocchio sinistro e Giuseppe al braccio destro. In quel giorno Carlo conquista la medaglia d'argento al valore militareFrattanto il fratello Battista giungeva in Sicilia il 24 giugno 1860 e venne inquadrato nella compagnia di Nino Bixio, dove militava anche il fratello Giuseppe. Carlo, in qualità di capitano addetto allo Stato Maggiore, rimase a Palermo. Giuseppe e Battista combattono a Milazzo, attraversano lo stretto, mentre ormai tutta l'isola è in mano italiana, ma sulle rive del fiume Volturno dove nella battaglia decisiva i due fratelli garibaldini non combattono assieme, Giuseppe Torri-Tarelli, nella battaglia di Palermo venne colpito da un proiettile a un braccio, trascurata la ferita venne colpito da infezione tetanica e morì a Catanzaro il 28 settembre 1860 a ventun'anni di età. La città di Palermo, che l'aveva visto tra i suoi conquistatori, decretava alla sua memoria una medaglia d'argento al valor militare, con la seguente motivazione: "A voi Torri-Tarelli Giuseppe uno dei mille prodi sbarcati con Garibaldi a Marsala il dì II maggio 1860, il Senato di Palermo questo attestato rilascia, accompagnato alla medaglia che decreta la nostra cittadina rappresentanza e che oggi il Municipio vi conferisce." Carlo Torri-Tarelli, nell'elenco ufficiale dei partecipanti all'impresa pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia del 12 novembre 1878, lo si trova al numero 1012.[5]Giuseppe Torri-Tarelli, nell'elenco ufficiale dei partecipanti all'impresa pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia del 12 novembre 1878, lo si trova al numero 1013.[6]


Nella via loro dedicata è posto un altorilievo in marmo e bronzo con un'epigrafe di Giovanni Bertacchi recante la seguente ode:[7] "Sul folto dei Garibaldini Lecchesi evocati dal cuore del popolo balzino in faccia al futuro i cinque fratelli magnanimi Torri-Tarelli: Carlo dal '48 Mentana presente ad ogni gesta del duce, Battista che lo seguì dai colli di Varese e san Fermo, Tomaso cavalcante a vittoria sui campi del '59, Giovanni perito in questa acque recando armi all'insorta Milano, Giuseppe colpito a Palermo di micidiale ferita onde il fraterno manipolo aggiunto ai Bronzetti e ai Cairoli bello di gloria e di morte passa per la storia d'Italia."

 

Il fotografo (Alessandro Pavia) che seguì i Garibaldini e che fece le foto

http://www.photographers.it/articoli/foto1/cpf/storiaAlessandroPavia.pdf

Un "Taroni" ... un po' spiritoso !

 

Vino Cannonau di Sardegna.-

Taroni è un vino rosso a Denominazione di Origine Controllata ottenuto da uve Cannonau. Ottenuto con macerazione di 10 giorni, il vino rappresenta a pieno quelle che sono le tradizioni vitivinicole dell'alta Gallura. E' di colore rosso rubino carico, dai profumi intensi di piccoli frutti rossi maturi. E' un vino dal sapore secco, pieno e vellutato che ben si accompagna con carni rosse, selvaggina, formaggi e piatti tipici della Gallura. Temperatura di servizio 16-18 °C. Il vino si presta bene ad una lunga conservazione in bottiglia.

http://www.lestradedelvino.com/cantine-sardegna/provincia-di-olbia-tempio/azienda-agricola-tondini/taroni/?ancora=.content

 

Taroni a Reggio Emilia

L'antica ghiacciaia di Taroni Giacomo e Mario

 

Taroni un po'... bagnato 

  Fontana dell'acqua Taroni di Maslianico porta tale nome in quanto la sorgente fu trovata e fatta molti anni fa dalla ditta Taroni (seteria) per il fabbisogno della fabbrica.

Un "Taroni" campione di tennis, e nostro compaesano 

TARONI  VALENTINO 

Fino alla metà degli anni trenta tutti i campioni italiani erano stati aristocratici o alto borghesi. Valentino Taroni, invece, nato nel 1915 a Carate Urio, in provincia di Como, un paese di pescatori-contadini e operai sulla riva sinistra del lago, fu uno dei primi della categoria dei raccattapalle.
Il suo ingresso al Tennis Como si dovette allo zio Luigi Maggi, che ne era il custode. E nel club di Villa Olmo il piccolo Taroni, come a quel tempo tanti altri figli di gente umile, raccoglieva le palle per offrirle ai campioni durante i tornei importanti e, spesso, quando i campi erano liberi, ne approfittava per giocare con qualche palla logora e una delle vecchie racchette che qualche socio gli aveva regalato. Ben presto, però, Valentino dimostrò un certo talento, tanto che, dopo poco tempo, uno dei soci - un certo Pirovano - prese ad interessarsi a lui, preoccupandosi addirittura di procurargli vestiti e scarpe adeguate.
Nel 1933 da seconda categoria, vinse a Montecarlo la Coppa Macomber. Lo stesso anno esordì in Coppa Davis contro l'Austria nella squadra di Giorgio De Stefani, Uberto de Morpugo e Augusto Rado: complessivamente prese parte alla Coppa Davis 16 volte, dal 1933 al 1939, giocando in doppio insieme con Rado, Emanuele Sertorio, Gianni Cucelli e soprattutto Ferruccio Quintavalle, con il quale formò negli anni una coppia affiatatissima, capace di conquistare il titolo italiano per ben quattro volte (1933-1935-1936-1937). In singolare vinse lo scudetto nel 1937, interrompendo i successi quinquennali di Giovannino Palmieri.
Terminata la guerra, Taroni si trasferì a Napoli, soprattutto per il clima più mite che la città poteva offrirgli. E all'ombra del Vesuvio, in qualità di maestro, allenò generazioni di giovani napoletani, come poi, fino alla soglia degli ottant'anni, a Fai della Paganella, la scuola che lui stesso fondò.
Taroni amava il tennis. Neanche i by pass lo allontanarono dall'allenamento, tant'è vero che lo si vide in campo, sempre elegantissimo, insieme ai più piccini, fino alla morte, avvenuta a Milano nel maggio del 1997.

Altre notizie su Valentino Taroni :

http://www.tenniscampania.net/campionieri2.html

http://www.tcmbonacossa.it/storia.asp

http://it.wikipedia.org/wiki/Campionati_italiani_assoluti_di_tennis

 

   

Altre notizie da un sito francese :

dhttp://taroni.free.fr/genealogie/IT/inex.htm

 

 

Famiglia di Taroni emigrata

(Sergio Grandini - Storia di Lago Campione e altri paesi Edizione S. Giorgio)

La dinastia dei Taroni

I  Taroni - discendenti da una famiglia che antiche carte indicano presente a Carate-Urio, sul lago di Como fin dal 1270 - erano approdati a Campione nella seconda metà dl secolo scorso trasmigrando sul Ceresio esperienza ed abilità secolari nella costruzione di barche a remi e, in tempi successivi, anche a motore. Il padre, Carlo , era un autentico patriarca, ed i figli Emilio, Daniele ed Antonio si spostavano con lui, nei paesi di lago per assecondare le richieste dei trasportatori e di pescatori che chiedevano loro di costruire , con tecnica artigianale, barconi da carico, qualche rara barca a vela e specialmente barchetti ed arcioni destinati alla pesca e a piccole consegne di merci. I Taroni ricorrevano generalmente per il fasciame e per le ossature interne, al legno di castagno che veniva piegato al calore naturale sprigionato dal fuoco. Poi calafatavano le giunture ricorrendo alla sottocorteccia del legno del tiglio incatramata con pece navale bollente : Completata la struttura , si dedicavano infine - segnatamente per le barche dei pescatori - alla parte ornamentale , ossia alla incastonatura degli arcioni (che disegnavano una piccola volta nel cielo , quasi per offrire un riparo naturale contro lr insidie dei venti  e delle bufere), alla posa delle tavole interne (gli sterni) in legno di pioppo ed alla dotazione di qualche altro piccolo arnese. La nuova imbarcazione veniva  poi benedetta dal parroco del paese nel corso di una cerimonia all'aperto alla quale partecipava la popolazione festante. Quando esplose il primo conflitto mondiale , i tre fratelli furono chiamati alle armi: Emilio - che raggiunse il grado di sergente - negli alpini ; Daniele dapprima nel corpo bandistico e successivamente nella fanteria; ed Antonio il più giovane nella marina . Negli anni di guerra dal 1915 al 1918 ben quattordici furono i campionesi caduti in trincea. Tra loro, due svizzeri che si erano arruolati volontari (Desiderio e Benedetto Grandini), ed Emilio Taroni che immolò la sua giovane esistenza sul fronte austro-ungarico. Tornato a Campione per un breve congedo, Daniele, angosciato al pensiero di tanti lutti, decise, allo scadere della licenza, di non ripresentarsi alla sua compagnia, e si trasferì definitivamente a Melide. Tempo dopo, l'anziana madre, travagliata dalle ansie e dai dispiaceri, morì. E nel cuore della notte che precedeva il giorno del funerale, i parenti e gli amici che vegliavano   la defunta recitando preghiere a suffragio e imponendosi penitenze come era in uso a quei tempi, videro con sgomento disegnarsi sull'uscio, in u breve alone di fioca luce , la figura di Daniele. Il figlio non aveva dunque resistito ad desiderio di accarezzare un'ultima volta il volto amato della madre prima che le spoglie fossero calate , l'indomani , nella fossa. Ma i carabinieri forse avvertiti da una "soffiata", l'attendevano al varco. appena uscito di casa, braccia robuste l'afferrarono, lo trassero in arresto e lo portarono in un picolo locale che serviva da cella per i detenuti in attesa di trasferimento, via Porto Ceresio, a Como o a  MIlano. Il ttrasporto fu fissato per l'indomani con il primo battello del mattino, Il prigioniero era guardato a vista da due aitanti carabinieri e la vicenda, dopo l'inevitabile processo militare, sarebbe potuta concludersi anche con la fucilazione. Daniele era comunque troppo furbo e spericolato per lasciarsi abbattere dalla sorte avversa. Qundo il battello giunse in prosimità dell'arcata del ponte-diga a Bissone, egli chiese di poter sostare brevemente nell'angusta <ririrata>. Qui, pur intralciato dalle manette,riuscì ad abbassare il vetro e, con un guizzo fulmineo concluso con una capriola degna di un autentico saltimbanco, si gettò nel lago. Nuotando prudenzialmente sott'acqua ed evitare con perizia ed anche con un po' di fortuna le insidie dell'elica e le onde del battello, raggiunse la riva vicina dove mani amiche l'attendevano per offrirgli salvezza e conforto. 

La notizia della mirabolante impresa fece scalpore nei paesi del lago. E Daniele, il mezzo toscano in bocca, il berretto calato in testa, una camicia scura non scevra di ricercatezza nel contrasto cromatico con la cravatta mael annodata, gli occhi cerulei - mobilissimi e profondi - da "rubacuore" ed un sorriso soffuso di malizia e di sottile sarcasmo, continuò a costruire barche ed arcioni in una baracca di legno situata sulla riva di Santo spirito  a Melide ora sconvolta dagli argini della ferrovia e dalle corsie della strada cantonale e dell'autostrada. Memore dei trasorsi pericoli, egli si tenne comunque prudentemente lontano da Campione per una trentina di anni , sin dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale. Ciò non gli impedì ogni volta che transitava con la sua barca a remi al largo dell'enclave, di esprimere una nota di bonario e sottile sfottimento, accostando il pollice di una mano al mignolo dell'aaltra  e roteando le dita in un ingenuo e goliardico "cippirimerli"

La dinastia campionese dei Taroni si è estinta con la scomparsa dell'ultimo esponente, Carlo, detto Carletto, artigiano di straordinario ingegno, morto la vigilia di Natale di nove anni orsono. Scomparsi sono pure i cantieri e le baracche di legno a Melide, Bissone e Campione, dove per oltre un secolo Emilio, Daniele e Antonio, Con il padre Carlo e con il nipote Carletto, realizzarono, da provetti "navatt" barche ed arcioni, lance , barche a vela e motoscali: autentici capolavori d'artigianato lacuale.

Restano la memoria della loro intelligente operosità ed il ricordo della rocambolesca avventura di Daniele, furbo e sgusciante come un'anguilla di quel lago che per lui non aveva segreti.

Uno dei tanti "Taroni" emigrati

(articolo apparso sul "Courrier de Narbonne" il 17 giugno 1880)