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Appellativi dialettali di Carate, Urio, e di alcuni paese vicini, Laglio, Brienno, Argegno, Lenno e Lezzeno

I nostri antenati era soliti distinguersi tra di loro, da frazione a frazione, ed anche da famiglia a famiglia con appellativi che indicavano, tra il serio ed il faceto, con acume ed efficacia, i principali aspetti della comunit in cui vivevano, con riferimento ai luoghi, alle attivit, alle vicende, alle debolezze ed alle doti che pi li caratterizzavano.

 Erroneamente attribuite, unitamente ad altre poesie su questo tema, a Padre Giuseppe Maria Stampa, somasco, da Gravedona morto nel 1734, sono in effetti opera del fratello Antonio Maria Stampa che scrisse tali poesie durante la prigionia nel Forte di Fuentes ove era rinchiuso perch uomo inquieto e rivoltoso.

(Le traduzione dialettali sono di Orazio Sala)

 

Carate        Caraa

 

  UN SANTO ABBRUCIATO

 

Di Carate solo al nome

mi si drizzano le chiome

di spavento su la testa,

n mi resta

pi di sangue in corpo un'oncia,

s fu sconcia

contro i Santi ed insolente

l'empiet di quella gente.

Qui sull'onda il popol vile

vive, a' pesci anch'ei simile;

n trovando su la riva

di che viva,

e capace albergo a tutti,

rompe i flutti

colle barche e i pesci inganna

colle reti e con la canna.

Quindi alcuni pescatori

Del mattino ai primi albori

Tese ai pesci avean le reti,

e inquieti

si dolean che il rio destino

malandrino

non avesse ancor condotta

lor ne' lacci alcuna trotta,

quando agli altri un degli astanti,

Perch, disse, ai nostri Santi

Non facciam divota inchiesta ?

Si che questa la maniera

propria e vera

d'ottener quel che si chiede:

pu gran cose una gran fede ! -

Pieni allor di viva speme

tutti insieme

genuflessi a sant'Albino,

lor padrino,

Se una trotta oggi prendiamo

(disser tutti), promettiamo

e giuriam di far cantare

una Messa al vostro altare. -

Proferito appena il voto

Ed il giuro avean quei tristi,

che del lino al peso e al moto

fur avvisti

che un gran pesce era nel sacco;

onde pronti, come bracco

corre addosso al morto uccello,

lo tiraron sul battello;

ma poi fatto insiem riflesso,

che, adempiendo il don promesso,

il guadagno era meschino,

Sant'Albino,

(disser tutti), abbi pazienza,

che far senza

tu ben puoi dei doni altrui,

non gi noi dei doni tui. -

Ci dicea quell'empia gente,

quando loro incontinente

dal battel salt il guadagno

nello stagno,

e lasci quei pescatori

traditori

mesti e attoniti del caso

con un palmo e pi di naso.

Siete ben (dissero allora),

Ver chi v'ama e chi v'adora,

Sant'Albin, troppo collerico,

ch un chimerico

voto, fattovi di gente

fuor di mente,

e da lei poi dissuaso

vi fa andar la mosca al naso .-

S dicendo, al lido scesa,

l'empia turba and alla chiesa,

e di fuoco a Sant'Albino;

onde fino

al d d'oggi a quella gente

sconoscente

dalla barca i viandanti

soglion dir

 "Abbruciasanti"

 

 

 

UN SANT BRUSAA

 

 

Quand che parli de Caraa

ma sa drizza in pee i cavej

se ga pensi a quel che nn faa

cuntra i saant, sti ganivej

senza Diu e senza feed:

robb che sa po minga creed.

In su l'acqua cum i pess,

ch vivan sti poor gent

per capita che spess

che sa trovan cun nient

de mangi, e senza c,

e suj baarch van a pesc.

Eran fora, una matina,

cunt i reet, i pescaduur,

ma per, porca martina,

a pasavan uur e uur

ma catavan, brut destin,

gnanca l'umbra d'un pessin.

Tutt a 'n culpu, a vuun de quest

a ga pasa par la mente

che sa p f di richiest

par 'n ajutt, cun 'na gran feed,

al so Saant, su in paraadiis;

e aj altar ga la diis.

Gi in ginocc, tutt quanti insema

a interpelan sant Albin

e ga disan :"nun ta femm,

se ta feet cambi destin,

tutt insema una prumessa:

Ta faremm cant una messa!"

Cume nn faa ul prupunimeent,

a l' un buff, e gi in la reet

un grand pees dentar sa sent.

Tiran s e li sa veed

che la feed l' faa un miracul:

un pss gross che l' un spetacul !

Cum al vedan pensan che

se mantegnan la prumessa

che g'ann faa al Saant, ciu

facch cant una bela messa,

luur guadagnan pooch o nieent,

e al Sant ga disan " Seent,

te de vecch 'na gran pazienza.

Nun a ma bisugna al pss,

ti ta p f anca senza

de la messa che t'emm promess"

De parl evan no finii

che al pesott a l' sparii.

Forse a l'era staa per caas

ma in del lach l'era saltaa;

e luur l cun tant de naas.

Sich subit ann pensaa

de parl cun sant Albin

e gh'ann dii : " Ta see un cain

se pa' un voto che partiss

in un mument de tribuleri

ta sa inversat cum un biss

e ta fee insc sul seri,

perch numm gh'emm pensaa sura,

ta po' and a la malura!"

In partii, lanciaa, lanciaa,

nn naa dentar in la gesa

e la statua nn brusaa:

l' staa insc, che par sta impresa,

a gh'ann daa a tutt e quanti

'l suranomm de

 "Brusasanti".

 

 

 

Notizie su San Albino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In seguito, ma non si sa da quando, agli abitanti di Carate fu affibiato l'appellativo dialettale, che ancora ricorre, di

"sfundraa"

( robusti mangiatori)

 

 

Gli abitanti di Urio invece sono soprannominati "asan" (asini), in riferimento al seguente episodio.

In un anno di Grazia non ben identificato, sul campanile della Chiesa di Urio, erano cresciuti dei ciuffi d'erba. Era chiaro che la cosa a lungo andare avrebbe compromesso la stabilit dell'opera, per cui si rendevano necessarie urgenti opere di ripristino e risanamento. Dopo regolare concorso, con mobilitazione di tutti i "talenti" uriani, prevalse la seguente soluzione : << Innalzare con delle carrucole un asino, debitamente tenuto a digiuno, fino all'altezza dei ciuffi d'erba, in modo che li mangiasse e risolvesse cos l'annoso problema.>>

Detto fatto, dalle parole si pass all'azione, ma il soggetto prescelto, cominci a tirare calci da tutte le parti e non c'era modo di riuscire a legarlo. Sembrava ormai che l'asino dovesse averla vinta; ma nulla pot quando, per raddrizzare la situazione, venne drasticamente deciso di legarlo con un cappio al collo. Da una parte della corda l'asino, e dall'altra la popolazione di Urio. L'asino, nonostante stesse subendo la peggio, sembrava non perdere il senso dell'umorismo. Accennava infatti ad un ghigno beffardo e man mano che saliva, cacciava fuori la lingua sempre di pi.

Senonch, arrivato al "piano di lavoro" , il nostro amico non volle saperne di mangiare quella famigerata erba. ( poverino ! Non respirava pi). Indignati gli uriani decisero di lasciarlo gi di nuovo per "ammazzarlo di botte", ma arrivato a terra, si dovette constatare amaramente che l'asino era morto. (L'autopsia del veterinario dir poi che stato per soffocamento)

Da " Comuni e frazioni del Comasco - Appellativi dialettali dei loro abitanti" - Gian Galeazzo Cetti Serbelloni di San Gabrio

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Ai nostri confinanti di Laglio, lo Stampa dedica queste righe 

 

Laglio

 

Le cipolle di Brunate, (38)

screditate

per la lor natia doppiezza, (39)

non avevan che pi damore

si sentisse acceso il core

della  lor grazia e bellezza,

raro inver, ma infausto vanto,

sol materia altrui di pianto.

Piene adunque  di dispetto

Pi ricetto

Non avendo appo ai vicini,

cui lamor di ricche spoglie

avea mosso a prender moglie

della patria oltre ai confini,

per via torre

quegli ostacoli

e sapere qual partito

si doveese in opra  porre

per trovar loro un marito,

consultarono gli oracoli.

Degli Dei falsi alle orecchie

Le pi vecchie

Le lor preci appena esposero,

che crollando il capo altero,

con profondo alto mistero

i papassi si risposero:

ite a prender marito

delle vacche al verde lito.

Cadder morte a tali accenti

Le dolenti

Lacrimevoli cipolle,

quando un vecchio sacerdote

la risposta in chiare note

spieg loro,  e confortolle;

ma indicar non volle overa

delle vacche la riviera.

Scorse elle il Lario tutto,

n il costrutto

mai trovar di quella riva ,

perch ognor che richiedevano

sera quella che giungevano,

loro addosso ognun veniva,

e a colei che fea linchiesta

col baston rompean la testa.

Giunte a Nesso eran alfine

Le meschine

Nel ritorno afflitte e stracche

Quando, chieste ove sen gissero

Da un nocchiero: andiam gli dissero,

alla riva delle vacche,

n giammai vi fu maniera

di trovar quella riviera.

Rise allor quello scaltrito,

e col dito

accennando il lito opposto,

ecco, disse, ecco la riva ,

delle vacche , ma non mai

s chiamatela , che guai

se il faceste! Ed a sassate

ne sareste discacciate;

anzi  ognun ora lappella

per timor la Riva Bella.

Cess loro, inteso il vero

Dal nocchiero,

la stanchezza ed il travaglio,

ed accordato presto il nolo,

simbarcarono e da quel molo

fecer vela a quel di Laglio (40)

ma saper vollero come

delle vacche avesse il nome.

Il nocchier  che lo sapea

E volea

Il saper suo dimostrare,

delle vacche a questa riva ,

disse, il nome non deriva,

che da certe lavandaie

convenutevi a lavare ;

che, mentrelle avevan la faccia

colle braccia

come bestie al suol rivolta,

fur vedute alla lontana

da unallegra carovana

che fea vela a quella volta,

e per vacche furon prese

la dal monte a ber discese.

Ma perch gli uni alla prima

Fecer stima

Cheran vacche, e l guardando

Altri dissero scherzando

Che coloro erano fantesche

Scese a ber quellonde fresche,

fu scommessa uninsalata

da pagarsi alla brigata.

Quando fur presso la riva

Dalle gonne

Si f chiaro cheran donne,

ma del preso qui pro quo

la memoria sempre viva

presso i posteri rest,

onde avvien chognuno attacche

lor il nome delle vacche.

Cos disse il barcaiolo

Ed al molo

Accostandosi di Laglio,

venne il popolo in gran folla,

e si prese ogni cipolla

per marito un capo daglio.

 

 

Laj

 

I scigoll su de Brunaa

Pu nessun a ja vureva

Da spus: eran segnaa

m impustuur, e in p piangeva

Tutti quii che ja guardava

E un puu trop sa svisinava.

Pien de rabia e de dispet

Perch p nanca i visitt

Sa sentivan da prumett

De spusaj, sti derelitt,

per sav cus che fa

in andaa a interug

i uracuj. M j anzian

a ghann dumandaa ai striozz

suluziun paj so malan

questi ch ann verduu l goss:

se l mar voruff truvacch,

devuf n al lido di vacch!

A sent una roba insc

I scigull tutt disperaa,

sin sentii quasi mur;

se nun ch un vecc curaa

l cerca a de consulai

e spiegach a luur m mai

lera nada a sta manera.

Per luu gh minga dii

Stu paes indu che lera,

sich luur in po partii,

han giraa tutt quantu ul laach

ma l paes lann n truvaa.

Per de p quand che rivavan

Di paess in su la riva

E ai gent ga dumandavan

Spiegaziun, cum sentivan

La richiesta, i paisan

A ciapavan in di man

Un bastun, e gi a pic

In sul c de quela tal

Cheva naa par dumand.

Ma succed che , menu maal,

un bel d rivan a Ness.

Cum capita de spess

Trovan vun che l ga dumanda

ndu che vann. Disa ul siit,

luu al ga speiga da che banda

devan n. E intant che l riit,

stu baloss, suta i barbiis:

L chi in facia , ma laviis

Che va du l questu ch:

quand che l sarii rivaa

fevas minga sent a d

se per caas a sii sbarcaa

al apess di vacch, se no

vii a ciap sassaat sul c,

perch mo sta cuntradela

per pagura, tutt la ciaman

cunt ul numm de Riva-bela

M inn tranquij e subit ciapan

Ul batel par n de l

Ma per primm de pag

Ga dumandan m l stada

Che la riva l de fruunt,

propri insc a laan ciamada.

L barchiroo che , in fund in fund,

Al speciava dum quell

Cunt la smania de fass bell

In del cunt s stu fatu,

intratant che l taca a n

cun la barca, l in su latu,

al cumincia a racunt.

Tutta la storia la dipend

Perch un d eran intent

A lav la bianheria

Un grupett de lavandeer

Propri l in su la riva.

Senunch di furestee

m j ann vist l da luntan,

cunt la facia e cunt i man

quasi in tera , par lav,

par di besti j ann ciapaa

che la seet par fa pas,

fina al lacch eran rivaa.

Inn di vacch al diis in pressa

Vun. Ma un altar: Femm scumesa?

Mi ta disi che quii l

Inn tusann che ghevan seet

E inn rivaa gi fina ch

Lacqua fresca a pud beev

La scumessa l partida.

Quand in staa press a la riva

nn capii , pa i sutann,

cheran minga cert di vacch

ma eran propri di tusann.

Uramai , se ta voo facch,

per ul sbali cheran ffa

quel nom l al gh restaa:

propri insc l capitada

Ed a Laj , in del frattemp,

ula barca l rivada.

Vegna a ultra tanta gent,

e i scigull trovan a Laj

par mar un bell c daj.  

(38)Le cipolle di Brunate ,paesello posto alla cima del monte che da levante sovrasta Como, sono squisitissime. Sono nativi di Brunate i fratelli Monti, di cui uno, Maurizio scrisse la Storia di Como e ottimi opuscoletti inorno ai pesci e agli uccelli della provincia di Como, l'altro, Pietro,  compil il Vocabolario  del dialetto comasco, e molte opere tradusse dallo spagnuolo.

(39) Allude ilpoeta agli strati concentrici, che formano la cipolla, onde il detto: esseer doppio (cio falso) come una cipolla; e pi innanzi all'acrimonias che le propria, la quale fa venire le lacrime agli occhi a chi le taglia.

(40) Il monumento sepolcrale che attira lo sguardo di chi passa dinnanzi a Laglio, copre le ceneri del celebre medico Frank, non meno benemerito dell'umanit che della scienza , morto il 17dicembre 1842.

 

 

 

 

 

I vicini abitanti di Brienno vengono chiamati "urucch"

( allocchi), mentre quelli di Argegno "sciguett" (civette) . 

Ecco, secondo la tradizione, il perch di questi appellativi. (1)

Dopo Sala si fa innanzi

il gi illustre e ricco Argegno,

dove fine ebber gli avanzi

dell'antico Argivo regno,

spinto fuor dal patrio lido

dai Romani a questo lido.

Quivi Argegno posto in bocca

d'una valle orrida e cieca,

e il difende un'alta rocca

che spavento al guardo reca,

d'aspri monti in seno avvolto

per non dir chiuso e sepolto.

Qui le povere zitelle

si vedean tra quattro mura

come tante monachelle

sotto stretta aspra clausura

n d'altr'uom faccia vedevano

che di quei tra cui nascevano.

Quel ch' peggio ch'eran tutte

di gentil grazia e beltade

e vedevan solo facce brutte

nel paese ove eran nate;

facce tanto informi e rozze,

che in orror mettean le nozze.

Era allor del caso istesso

e pata lo stesso male

di Brienno il maschio sesso

che d'Argegno il sesso frale,

perch dama ivi non era

che di donna avesse ciera.

Di Brienno alle botteghe

chi guardava alle finestre

quai, dicea, pi brutte streghe

vide mai occhio terrestre ? -

e facendosi la croce

dipartivasi veloce.

Posto dunque il suol natio

In oblio, quei maschi tutti

Che di moglie avevan desio

n soffriam volti s brutti

s'imbaarcaron sopra un legno

e arrivarono in Argegno,

quante donne erano allora,

in quei ciechi angoli scuri

s'affacciar senza dimora

al balcon dei lor tuguri

quai lucenti amiche stelle

che fra l'ombra ardon pi belle;

e i garzon vinti e conquisi

da quei visi

sbarattar come gli allocchi

di stupor la bocca e gli occhi.

Il femmineo astuto coro

A notar non molto stette

Di color la voglia ingorda:

ma per indole civette,

s'accordaro tra di loro

di tenerli sulla corda;

e or mostrandosi ai balconi

quei merlotti ad adescare

come l'uva i calabroni

or tornandosi a celare,

si prendevan di lor diletto

quai civette sul paletto.

Tali scherzi e tai vendette

or con motti. ora con cenno,

fean d'Argegno le civette

cogli allocchi di Brienno,

finch stanche di quel gioco

a ragion dieder loco,

e non pi schive e ritrose,

ai fedeli pretendenti

la man diedero di spose,

che con loro

della Pasqua pi contenti

ritornarono al suol nativo

come gi col vello d'oro

torn in Gracia il legno argivo,

e in Argegno fecer tutte

per le belle andar le brutte.

Quindi s'altri di Brienno

O d'Argegno il lido tocchi,

poich lega insieme fenno

le civette con gli allocchi

esclamando quanto pu

li beffeggia e fa coc.

Dopu Sala vegn innanz

un paees ciamaa Argegn:

l a gh' finii j avaanz

del Argivo, quell taal regn

che i rumam nn faa fin,

e i so geent j nn purtaa ch.

L' davanti a una valada

senza uscida, bruta e scura

cun 'na roca, su elevada

che a guard la mett pagura,

e cui muunt tutt quanti in giir

che ta tovan al respiir.

Pai tusan l' una vita dura.

sempar saraa dent in c

cume fuss una clausura.

Luur in bej, ma de gurd

a g'avevan sulameent

quii nassuu in del so ambient.

E par culmu de scarugna

tuti quanti i cumpaesan

eran brutt de mett vergugna

sich dunca a 'sti tusann

ga fasevan iscap

ula voja de spus.

In la stesa cundiziun,

sa truvavan pari pari,

quii de Brienn, cunbinazin.

Ma per a l'incuntrari:

gh'era i donn li lilinsc

brutt, ma brutt de f strim.

Eran brutt a na manera

che se in caas un quaj turista

nel pass a ja vedeva

ga vegneva scuur la vista

e intretant che 'l sa segnava

'm una legura al scapava.

De Brienn i giuvinott,

un bel d s'inn istufii

de don brut, e tutt a 'n bott

cunt i barch a inn partii

cun l'idea de spusass,

e ad Argegn in naa a fermass.

L' sta un atim. I tusann

'm ann veduu riv sti fioo

subit, subit, dree la man

inn naa fora in suj pugioo

e parevan tanti stell

in del ciel, quand che l' bell.

Quii de Brienn, a 'na tal vista

inn restaa 'm tanti lucch,

e inn partii a la cunquista

cui occ veert cum j urucch,

cunt i occ sbarataa,

giam bej e cunquistaa.

I tusann cum ann capii

che uramai a l'era fada

perch avevan gi culpii

in del coor una niada

di lurucch, nn faa i preziuus

e s'in nascunduu a puus

ai finestar, ai balcun

par pud f trimpil

i pivej, e sti cujun

nn tacaa a suspir

bej e cott, e i tusanett

a fasevan i sciuguett.

Gh'ann daa l cun sti andament

tutt d'acordi, p 'n quaj d

ma poo dopu, finalment

ai urucch gh'ann di de s

e quistch, cuntent 'm i ratt

inn daa fora cum matt:

j ann spusaa, j ann purtaa a c

a Brienn, al so paees

e ad Argegn gh'ann mandaa l

tutt quii brutt, ch'inn andaa intees

cun quialtar, brutt istess

(cume capita de spess).

Ma i furest, quand pasan via

da Brienn opuur d'Argegn,

deparluur o in cumpagnia,

a gh'ann minga re ritegn:

fann ul vers, senza desmett

di lurucch e di sciguett.

 

Secondo la poetessa di Brienno, Elsa Albonico, altro il motivo

per cui gli abitanti di Brienno vengono chiamati  "ulucch"

Ecco infatti il suo racconto in poesia dialettale dal suo volume 

"AL DIU BAMBIN - poesii in dialet" (1989)

Brienn, al disan tucc,

a l' 'l paes di ulucch, 

e questa a l' l'istoria 

minga finida in gloria.

Tanti ann f

(tanti de gnanch pud cunt)

nn vist sul campanin. propri sul tecc

(la disevan anm tutt i nostr vecc)

un usel 

che mai nissun n'era veduu insc bell.

e sicome era gent un puu ignurant,

s'in dumandaa : "e se 'l fusse al Spirit Sant ?"

Anca al prevat , pressuus ecul a d:

"Chi bisugna che vaga a bened 

cun l'incens, al rituaal e l'acqua santa !"

e via de cursa pei scaal , cul fiaa che 'l manca.

Ma quand su in scima a l' ruaa,

l'usell a l'improvisa l' scapaa...

E l' faj un gran vers prima de n,

che 'l pareva perfina dree a scherz.

Insci cul naas in aria in restaa tucc,

a vedel vul luntan,

cum un ulucch.

 

I SARACCHI DI LENNO E LE STREGHE DI LEZZENO

Perch il volgo a quei di Lenno

di saracchi il titol dia

lievemente ve l'accenno,

poi di nuovo torno via;

La cagion non che 'l nieghe,

fur di Lezzeno le streghe.

La ove rompe il corso all'onde

uno scoglio erto e sublime,

ivi Lenno si nasconde

ch 'l timore ancor l'opprime

di quel perfido ladrone

nominato fr Carbone.

Qui da Lezzeno una volta

molte donne eran venute

colla speme ardita e stolta

d'invaghire la gioventute

che sapeano essere in Lenno

di bel garbo e di buon senno.

Ma perch tanto eran brutte

che mettevano paura,

ritornando a casa tutte

fer tra lor una congiura

di ricorrere alle streghe

lor simili e lor colleghe.

E da queste appresa l'arte

d'ammaliar lo stuolo eletto,

tragittate a questa parte

lor accesero nel petto

tale ardor, che a poco a poco

li struggesse a lento fuoco.

Quindi mano mano tutti

diventar s magri e secchi

che all'estremo ormai ridotti

come stecchi

lor potria che ben li osservi

numerar le vene e i nervi.

N giammai quelle distrutte

membra lor s'ingrasseranno

finch streghe e finch brutte

donne in Lezzeno saranno,

onde smunti, esangui e fiacchi,

si denominan saracchi.

M va l'spieghi, poo alzi i tacc,

cum mai a quii de Lenn

a ga disan i "Saracch".

Sticch ateent, se va cunvegn;

a va disi no busij:

Gi a Lescen gh'era i strij.

A gh' un scoj grand e maestuus

indu sa ferma i und

par pagura l' l a puus

che 'l paees al sa nascuund:

par pagura d'un ladrun

che ch ghera: ul Fraa Carbun.

Giu da Lescen, tanti ann f,

tanti donn in vegnuu ch

cunt l'idea de spus

i giuvinott de chichinsc

perch, insc disea la gent,

era bej e inteligent.

Ma sti donn eran tant brutt

che metevan fin pagura

sich j ann refudaa tutt,

ed alura nn faa congiura:

cunt i strij nn naa d'acord

brutt 'm luur, magar e smoort.

Prima i strij gh'ann insegnaa

cunt ul trucch, cum sa f

a rend l'omm innamuraa.

poo, pian pian, sa cunsumavan.

Tutt e quanti sti giuvinott

'm vedevan quii tusan,

a catavan di grand cott

e cul temp, de meneman,

gh'evan p de carna indoss:

diventavan pell e oss.

E mai p riturnaran

bej e grass isti poor omm

fin che a Lescen ga sarann

pusse strij che nanca donn.

Saran magar, brutt e fiacch

taal e qual cum i saracch.