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Sofia Fuoco

 

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LA FIGLIA DELL'ARIA

e il sereno tramonto di una danzatrice milanese a Carate Lario

( Da "La milizia della malizia" - Il ballo e le ballerine milanesi) di Nino Bazzetta De Vemenia (1925)

Ricordo la buona vecchietta sul Lario il primo anno di guerra nella sua villetta di Carate, 

 

Villa dove abitava Sofia Fuoco

dove da più di mezzo secolo dimorava in un riservato riposo e dove moriva ad ottantasette anni serenamente il 3 giugno 1917* (trattasi di errore o di stampa o dell'autore.  La signora Fuoco è infatti deceduta il 3/6/1916 come risulta dall'atto del Comune di Carate Lario) quella che fu una delle più celebrate danzatrici d'Italia, Sofia Brambilla, passata alla storia della danza coi nome di Sofia Fuoco.

A quindici anni la crisalide divenne farfalla e Parigi, in piena restaurazione legittimista, le diede il lauro della gloria scenica. Teresina (poi Sofia) Brambilla era nata a Milano il 16 gennaio 1829 (e non, nel 1830 come fu scritto).

La madre, una popolana, donna di molto buon senso pratico, che fu da essa adorata, era una

stiratrice che lavorava in una modesta casa nel cuore della vecchia Milano presso il Verziere.

Il padre Angelo, pittore e decoratore, abile partìcolarmente per lavori a grafito e carboncino, lavorò alle decorazioni della villa Pliniana di fronte alla quale per mezzo secolo doveva dimorare la figlia. mori quando Sofia aveva circa 14' anni e non potè quindi vedere l'auspicata vittoria della figlia.

Verso il 1830 tenevano all'I.R. Scuola di ballo della Scala lo scettro dell'arte delle danze i noti coreografi Giovanni Gallerani, Ciacomo Serafini, Luigii Henry, Antonio Cortesi.

La Taglioni era già celebre a ventisei anni e per essa i teatri stranieri avevano echeggiato di ap- plausi.

Dividevano gli applausi della Scala la coppia Brugnoli-Siamengo, le ballerine Marietta Conti, Elisa Vaque-Molin, Gaetanina Quaglia, Angela Vaghi, Carolini Filippini, i coniugi Priora, ed altri bei nomìi delle danze.

L'origine del nome Fuoco in arte è famigliare e nulla vi ha a che vedere il simbolo dell'ardore... del fuoco che essa ebbe nella danza, come da molti è creduto. Nella Scuola che Sofia frequentava v'erano altre scolarette di nome Brambilla e per non essere confusa si adottò il cognome materno di Fuoco. Un' altra leggenda sfatata.

A 5 anni la piccola Sofia prese parte ad uno spettacolo come aerea comparsa in veste di amorino; avvenne che per una falsa manovra l'alata bambina che doveva figurare sospesa ad un filo, in una ascesa violenta arrischiasse di essere tratta in alto del palcoscenico e di rovinarsi fra gli apparecchi. Poi partecipò nientemeno che alla Norma fra i bimbi che ispirano il frammento:

Mira, o Norma, a' tuoi ginocchi

questi cari pargoletti

e i pargoletti inginocchiati si addormentarono beatamente al pari degli ascoltatori di una conferenza dell'onorevole C..... alla Scuola Militare di Parma, come perfettamente ricordo che facemmo tutti nel 1917.

Anche per essa gli albori della carriera artistica furono contrastati e vivissima fu l'opposizione della famiglia del padre che andò in collera coi genitori, i quali in parte lo diseredarono.

Quando essa e la madre partirono per Parigi a cercarvi gloria e fortuna un giovanotto popolano che stava di casa presso i Brambilla portava le valigie delle viaggiatrici. Prima di lasciarle si racco- mandò alla sbocciante diva dell'aria di non dimenticarlo se un giorno le fosse arriso la fortuna. Si chiamava Luigi Brioschi, venuto il momento di entrare nelle milizie scrisse a Sofia Fuoco, già celebre, e questa gli ottenne un'esenzione. Questo Luigi Brioschi doveva poi diventare il domestico e l'uomo di fiducia della Fuoco; visse nella sua villetta di Carate per circa 35 anni ed è sepolto nella tomba della famiglia.

Sofia Fuoco ebbe i maggiori allori in teatri stranieri. Una relazione sui trionfi di lei in Spagna era comparso nel 1850 a Madrid in lingua spagnola coi titolo: "Biografia della Tersicore milanese Sofia Fuoco" di Andres Soleri che negli slanci della fantasia castigliana la chiama Figlia dell'aria. L'opuscolo introvabile, é compilato sui periodici di Francia, Italia, Inghilterra e Spagna dove la Fuoco aveva danzato.

Appena passati per essa i fiori di sette primavere veniva accolta all'I. R.. Scuola della Scala, l'Olimpo di infinite speranze delle sboccianti rose milanesi, allora diretta da Carlo Blasis, e la sua prima comparsa alla Scala avvenne bel ballo: I riti indiani, poi nella Conquista di Granata; una malattia della prima ballerina, che essa sostituì, le aperse la via ai primi trionfi, che si rinnovarono tante volte per oltre vent'anni, non più in là perchè essa ebbe il, criterio, e la fortuna di non assistere al proprio tramonto, il più grande strazio per una donna di fama.

Nell'estate dei 1843 Sofia Fuoco aveva danzato alla Scala nel ballo comico Don Fabio dei coreografo Giacomo Serafini coi mimi Catte, Bocci, Massimi, Trigambi ed altri. In quell'anno memorando negli annali della Scala si ebbero quattro stagioni.

Nella primavera del 1852 al Comunale di Modena ebbe trionfi e in quell'occasione un anonimo pubbicava un rarissimo opuscolo: Cenni biografici intorno alla celebre danzatrice Sofia Fuoco.,

 

Quando Leone Pillet, direttore dell' Opéra di Parigi, vide la Fuoco alla Scala, fu sollecito ad, impegnarla per la capitale francese e il 10 luglio 1846 vi comparve nel ballo Betty ossia Giovinezza di Enrico V e la Rivista musicale diceva di lei: "Non si dirà vedendola ch'essa danzi come la Taglioni, Fanny Elsser o Carlotta Grisi; balla come Sofia Fuoco".

 

 

La Moda di Milano ed altri fogli le dedicano articoli laudatori.

Nell'Olimpo della Scala Sofia Fuoco comparve ancora come prima ballerina nel 1853. In quell'anno vi si diedero il primo gran ballo fantastico Palmira del Martin, poi La figlia del bandito del Perrot riprodotto dal Palladini. Le rappresentazioni della Scala furono sospese per i fatti del 6 febbraio e riprese il 7 marzo. Allora gli appaltatori del Teatro erano Cattanco e Pirola. La Scala era ancor vibrante dei ricordi recentissimi di Fanny Elssler. La Fuoco ne fece impallidire parecchi in quella stagione. Carolina Pochini le succedette negli anni seguenti tenendo lo scettro.

Nel 1858, il 23 aprile rivediamo la Fuoco al Teatro Cannobbiana in Milano per uno spettacolo a favore del Pio Istituto Teatrale colla cantante Giuditta Grisi.

Teresa Elssler, sorella di Fanny, giudicava che fra due anni Sofia fuoco non avrà rivali.

Passò in Inghilterra e a Londra al teatro Drury- Iane, al Covent-Garden nel 1847 colse nuovi allori particolarmente nella Rosiena. Il Times scrisse di lei: "Ballerina di molta e sublime eccellenza. Essa non è la Taglioni perchè sarebbe allora l'incarnazione della grazia e della maestà. Essa non è Fanny Essler perchè sarebbe l'Aristotile delle ballerine peripatetiche (?), non è neppure Carlotta Grisi perchè sarebbe allora la perfezione di tutte queste insieme riunite."

Ritornata a Parigi danzò nel ballo Nisida all'Opéra, dove fu detto che "gli alati tuoi piedi traendola con rapida ed intricata celerità da una parte all'altra dei palcoscenico rendevano l'immagine del volo degli angeli e raffiguravano la trasparente visione di una Houris del Paradiso di Maometto".

Ferdinando Martini nelle: Confessioni e ricordi; Firenze Granducale, rammenta un tale Braccio Bracci fabbricatone, anzi, manovale di poesie, divenuto meravigliosamente celebre a Firenze e che scrisse un sonetto iperbolico per la Fuoco, quando nel 1857 danzava alla Pergola.

Il Bracci uscendo dal teatro fu preso da un accesso di entusiasmo per cui, contro il consiglio di parecchi, volle stampare il sonetto il giorno successivo:

Pria che in te m'incontrassi, angelo arcano,

il tumulto del balli ebbi a disdegno,

e prosegue chiamando quello di lei tremendo genio e dichiarandole che se possedesse un regno lo offrirebbe alla ballerina:

Se avessi un regno ti offrirei quel regno!

E termina con iperboli degne di Victor Hugo nella poesia: "Si j'étais Dieu" così:

Baciarti l'arco delle ciglia nere

non è, dato al mortali; hanno i Celesti

coi Celesti supreme estasi vere.

 

Oh! se dato mi fosse e al guardo mio

s'inchinassero i cieli, i cieli avresti

e a te prostrato non sarei più Dio.

Dove Sofia Fuoco ebbe i maggiori trionfi fu nella Spagna, terra di danzatrici.

Don Pedro Rizzoli che voleva chiamare la Cerrito, le preferì la Fuoco. Essa trionfò pure a Madrid., La prescelse alla Guy Stephan. A Madrid nel 1850 eseguì i Cinque sensi, Catalnia la figlia della montagna, La Rosa bianca, La Rosa incantata, l'Isàura che la fecero acclamare anche dalla corte di Isabella.

L'Osservatore dei 14 maggio 1850 contiene una lettera fervida d'ammirazione di R. Rubino Murillos, il 12 luglio ebbe un trionfo, il 24 dello stesso mese davanti alla sua dimora in via Sacometrezo si diede un concerto d'arco coi professori del Teatro Spagnolo diretto da Gioachino Gaztambida.

Sofia Fuoco sempre pietosa, scrive il 25 al Prefetto di Madrid di voler cedere i 8721 reali ricavati dalla sua serata con altri 1179 suoi alla Casa dei Trovatelli. Lo stesso giorno la Giunta provinciale dì beneficenza, pubblica un annunzio su quella carità :mentre ad essa continuano ad arrivare fiori e componimenti poetici.,

A Granata, la città delle memorie dei Mori e l'Alhambra, a Malaga ebbe trionfi.

Ritorna a Parigi poi va a Venezia per il Carnevale 1851-52 nell'Hermosa e nel Magnetizzatore di Blasis. Fra gli ammiratori comparve il granduca Costantino, figlio dello Czar colla consorte Augusta che le regala magnifici gioielli.

Nella seguente primavera va a Madrid coll'impresario Ercole Tinti e vi danza nella Tarantella e nella Madrilena; passa quindi a Padova nella Figlia dell'arla e nel Diavolo a quattro; davanti alla sua casa si fanno fuochi d'artifizio e suona la banda militare austriaca; nell'autunno è a Roma e per 14 sere nel ballo di Antonio Coppinì, per essa scritto, Zaleika, e nella Pazza per il ballo di D. Mochi ottiene all'Argentina successi crescenti.

Nel 52-53 la rivediamo a Milano: poi di nuovo a Modena nel Roberto il diavolo colla parte di Elena e nell'Isaura.

Sensibile alla lode aveva cara più di tutto quella delle colleghe, mai ebbe invidia, né pose, né soverchie compiacenze di innalzare se stessa nei ricordi dei suoi trionfi.

La signorilità delle maniere conservò fino agli ultimi anni, ma il suo tratto era naturalmente distinto.

Fu sempre credente, divenne praticantissima negli ultimi tempi, per opera particolarmente del com- pianto parroco di Carate don Andreoli, che le fu confidente e confessore.

Inginocchiata al suolo diceva il rosario con fervore devoto.

Anche negli ultimi anni non abbandonò le cure della persona e questa serena e linda vecchietta conservava quel fascino che gli inglesi chiamavano the grace of declinins life nel pensiero di Valpole. Simile donna doveva suscitare passioni ed affetti potenti, ma dei suoi amori non è venuto ancora il momento di parlare perchè la sua tomba di Carate, è dischiusa da soli otto anni. Non fu però sgretolatrice di milioni e di anime e per essa non si potrebbe ripetere la cinica affermazione di Barbusse che citammo. Amò e potè sinceramente dire col poeta:

Si j'aime, mon amour s'ajoute à mon orgueil.

Il est pur, grave et fier…

L'innocence se voile et la faute se cache.

Je ne me cache pas. Almer est ma grandeur.

Mon secret est honte et n'est pas sans pudeur.

Mon coeur cherche la nuit, mais ne craint pas la bláme

L oeil de Dieu reste ouvert dans l'ombre de mon áme.

Vissuta in un tempo che potè essere chiamato il regno delle ballerine, Sofia Fuoco ebbe anch'essa le corone e gli ammiratori che staccavano i cavalli dalla sua carrozza perchè gli uomini nell'entusiasmo sanno fare benissimo la parte delle bestie. Anch'essa ebbe gli imbecilli che si divisero le sue scarpette, come per altre ballerine, ma non quella carta ceramica che è pur necessario annoverare nel corredo di una casa, come avvenne per un'altra nota danzatrice.

Mi narrava il centenario conte Greppi che alla Fuoco fu dedicato un sonetto con tutte le parole, comincianti colla F. Andò perduto. Ma abbiamo un precedente in questo bizzarro sonetto composto di parole che cominciano tutte con la lettera D, iniziale della dama veneziana Deidamia, amata, verso il 1570, da Grotto, detto il cieco d'Adria, che doveva poì morire nel 1585. Eccolo:

Donna da Dio discesa, don divino,

Deidamia, donde duol dolce deriva,

Debboti Donna dir, debbo dir Diva,

Dotta, discreta, degna di dominio?...

Datane da destrissimo destino,

Destatrice del dì dove dormiva,

Delle doti donateci descriva

Demostene, dipingati Dellino.

Distruggemi dolcissimo desìo

Di divulgarti; disperol dipoi

Diffidato dal dur depresso dire.

Dunque, dacchè, dicevo: detti Dio

Dinegommi, discolpami; di poi

Dimostra di degnarti del desire.

Anche quando fu a Valduce, già vecchia, per una cura difficile, diede prova di fortezza virile (ammesso che gli uomini abbiano il privilegio della fortezza d'animo). Quando la vidi nel 1915 era l'ombra del suo passato.

Ebbe vivissimo l'amor patrio e non seppe approvare le danzatrici milanesi che al pari della Cucchi, della Garavaglia e di altre: bearono d'itali amplessi alti ammiratori di nazioni nemiche.,

Un' avvocato B. al quale essa aveva affidato l'amministrazione delle proprie sostanze, impegolatosi in affari di una compagnia orientale, le fece perdere oltre 100.000 lire ed essa dovette all'opera del comm. avv. Scacchi, vivamente rimpianto, se potè salvare dal naufragio parte degli averi coi quali visse modestamente fino alla fine. Non amava le nuove relazioni ma a lungo coltivò quelle antiche e ricevette ospiti illustri.

Aveva molta cura di sé della salute, delle proprie cose e sempre manifestò un sentimento ordinato nelle varie contingenze della sua lunga vita, una delicatezza dì sentire e di tatto nella conversazione e nell'interrogare le persone.

Assottigliatesi le sue rendite, il massimo suo rammarico era quello di non poter fare come un tempo la carità che soleva. Sollecita di ogni dolore umano mantenne un povero cieco di Carate finchè venne a morire. Avendo la guardia comunale preso un giorno il cane di un povero suonatore ambulante mandò subito la domestica a riscattarlo, perchè quel poveretto non fosse privo della fedele bestiola.

La sua vecchia gatta cieca le fu compagna fino alla morte. L'affezione agli animali è speciale delle artiste, particolarmente delle zitelle anziane, ma essa vedeva nelle povere bestie il dolore che non ha parola e il diritto che non ha difesa.

Ebbe vivissimo e costantemente affettuoso il culto dei morti; nella tomba di famiglia di Carate non è sepolto il padre, ma lo sono la madre, le zie, il domestico fedele Luisin, e altri congiunti

Tomba di famiglia (freccia) nei pressi della Chiesa di S. Marta

Affezionatissima alla madre non volle accettare una scrittura vantaggiosa in America per non la- sciarla, imperversando la febbre gialla per la quale parecchi della compagnia teatrale partiti da Genova morirono. Nella chiesa di Carate una lapidetta a sinistra, ricorda:

"In Sofia Fuoco - generosa fondatrice - della prima messa festiva con gratitudine si addita' - una preclara benemerenza - auspicando imitatori (sic) - Milano 16-1-1839 - Carate 3-6-1917."

Venuta a morire passarono per testamento all'Ospedale di Como la villetta che essa abitava e la maggior parte di quanto le era rimasto.

La villetta era stata da pochissimo tempo costruita dalla signora Emilia Peverelli. Vi si ammiravano le memorie delle sue fortune artistiche, cimeli e ricordi del passato.,

L'Ospedale di S. Anna vendette la villetta dì Carate che ora è di proprietà della contessa Viganotti di Roma.

Alla Teresina, una liglia della Madonna, sua fedele domestica lasciò un legato di lire tre giornaliere ed altre buone opere compì.

Tale, a larghi tratti, le vicende della vita di colei che fu chiamata la liglia dell'aria e che narrammo in altro libro, riproducendola qui con aggiunte e variazioni.

Un ritratto della Fuoco è riprodotto nel libro del Comandini. "L'Italia nei cento anni del secolo XIX".

Sofia Fuoco ebbe la grande saggezza di non insistere contro il tempo e di applicare il motto di E. F. Aniel:

Le coeur est un étrange oiseau

tous désirs ensemble et tout crainte,

il est rebelle a la contrainte.

Nota.- Due sole ballerine furono allieve della Fuoco : la B: e la B., l'una chiamata (chiedo scusa al lettore) la regina di ciapp, per l'abbondanza delle curve.

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